Clara Gallini, chiaroscuri

Antropologia. Ricordo della erede degli insegnamenti di Ernesto De Martino

Domenico Sabino

Alias del 02.10.2021

I personaggi che qui si incontrano – medici e sacerdoti, malati e miracolati, magnetizzatori e sonnambule, spiritisti e medium, isteriche e fantasmi… – e le loro relazioni, disegnano un Ottocento che prima di Clara Gallini non era stato indagato da una prospettiva antropologica.

Una prospettiva che analizzando la dimensione culturale del magnetismo e dello spiritismo, come delle guarigioni miracolose, mette in luce, tra l’altro, il dinamismo culturale presente nella società di classe e pone interrogativi ancora attuali sulla crisi del modello cartesiano di ragione.» È un breve frammento, tratto dalla prefazione di Adelina Talamonti del saggio Chiaroscuri. Storie di fantasmi, miracoli e gran dottori (Kurumuny Edizioni, 2021), che celebra i novant’anni dalla nascita dell’antropologa Clara Gallini (Crema, 19 giugno 1931 – Roma, 21 gennaio 2017).

Saggi scelti
Il volume è una raccolta postuma di saggi scelti e organizzati completamente da lei, figura cardine nel panorama degli studi antropologici in Italia e non solo, considerata tra le principali interpreti e custodi del pensiero di Ernesto de Martino (1908/1965). Chiaroscuri, che si fregia dell’introduzione di Clara Gallini ed è arricchito nell’Appendice dai testi di Ernesto de Martino e dello psicanalista Emilio Servadio (1904/1995), ci porta in tutta Europa attraverso le storie di sonnambule e magnetisti, spiritisti e fantasmi, miracolati e medici.

In tal voyage, compiuto con rigore e metodo scientifico, la Gallini naviga da nord a sud facendo tappa in luoghi-simbolo di misteri studiati dall’occultismo come, ad esempio, le case infestate della Torino di inizio Novecento e quelle di fine Ottocento a Napoli, dove la famosa medium Eusapia Paladino (1854/1918) attira sia pellegrini che scienziati, quale il noto antropologo Cesare Lombroso (1835/1909).

Svariati capitoli, poi, sono dedicati a Lourdes, luogo di miracoli e medicalizzazione del sacro. Ella rileva che «nel loro complesso i nostri episodi smentiscono quella immagine, rigida ed esclusiva, di un Mezzogiorno che per tradizione concentrerebbe nei suoi territori ogni «magia»: al contrario, la troveremo anche altrove, nelle moderne città d’Europa, dove anche sarebbe stata presa in seria considerazione «scientifica», oltre che «religiosa», da vari medici e prelati. Le storie che raccolgo qui sono ristampate da vecchi articoli, di venti, trent’anni fa, ma non mi vergogno di dire che la loro problematica è sempre più attuale, in tempi come questi, che danno sempre più spazio all’avanzata dell’«irrazionale», non solo nei diversi culti religiosi.

L’occulto
Di recente scrittura, e inedito, è invece l’ultimo capitolo, che cerca di interrogarsi su cosa sia ciò che definiamo «altro» dalla ragione e che ormai tutti chiamiamo col nome «occulto». Più in generale, potremmo ritrovarvi l’attualità di quelle domande su che cosa mai sia quel lato oscuro degli uomini e delle cose, che ancor oggi continua a intrigarci».

Tra gli studiosi che rifiutano ogni semplice classificazione e incasellamento e modellano i confini con la singolarità della loro intelligenza, c’è indubbiamente anche la Gallini. Come antropologa si è addentrata nei più compositi ambiti: dal folklore sardo all’Ottocento italiano, dal razzismo alla rete, fino al ritorno del simbolismo della croce. Nell’intensa vita di donna e raffinata studiosa, che ha viaggiato molto attraversando mondi e tempi differenti per trarre testimonianze ed esaminare atteggiamenti di popoli e civiltà, ha difatti costantemente propeso per lo studio dei labirinti. Laureatasi nel 1954 alla Statale di Milano in Lettere, frequenta poi a Roma la Scuola di perfezionamento in Storia delle Religioni.

Qui studia con figure del calibro di Angelo Brelich (1913/1977) e Raffaele Pettazzoni (1883/1959). Tuttavia, l’incontro intellettuale, che le cambierà la vita, è quello con Ernesto de Martino alla fine degli anni 50, conosciuto durante il perfezionamento a Roma. Diviene assistente volontaria seguendolo in Sardegna e, poi, alla sua morte, titolare della cattedra di Storia delle Religioni a Cagliari fino al 1978. Anno che bolla il suo orientamento scientifico, storicistico-marxista, di cui è corresponsabile l’insularità arcaizzante di quella «Sardegna come un’infanzia», per dirla con Elio Vittorini (1908/1966), dove Cagliari raffigura in quegli anni l’incrocio o la capitale dell’antropologia, con i nomi di Alberto Mario Cirese (1921/2011), Giulio Angioni (1939/2017) e Pietro Clemente. Gallini svolge un’acuta indagine sul campo, fornendo ragguardevoli monografie sul folklore sardo.

Dalle pagine demartiniane del Mondo magico assentirà «che lì dentro c’era qualcosa di forte, dirompente, un pensiero vivo e attivo, che coniugava la nostra vita con quella degli altri». Tra le opere si citano: I rituali dell’argia (1967), Feste lunghe di Sardegna (1971), Dono e malocchio (1973), La sonnambula meravigliosa (1983), Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes (1988), Giochi pericolosi (2002), Cyberspiders (2004), Il ritorno delle croci (2009) fino a Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia (2016), una meditazione autobiografica terminale su sé stessa.

Nel 1978 lascia la Sardegna per insegnare Antropologia Culturale, prima all’Istituto Orientale di Napoli e successivamente a La Sapienza di Roma. Nel 1977 è curatrice dell’edizione postuma de La fine del mondo, fondamentale opera che de Martino aveva lasciato interrotta e che resta a tutt’oggi uno dei suoi lavori essenziali.

Internet
Dagli anni 90 in poi, inaugura nuovi campi di studio. È osservatrice originale e critica della globalizzazione e dei mutamenti culturali che essa arreca. È studiosa della diffusione del razzismo nell’immaginario collettivo, delle reti relazionali connesse a internet, dei dibattiti collegati ai conflitti dei simboli e, in modo particolare, all’impiego pubblico della croce. Nel suo ultimo imponente libro, Incidenti di percorso.

Antropologia di una malattia (2016), ha sfidato con forza, lucidità e sarcasmo il viaggio più arduo per un essere umano: il viaggio dentro sé stessi. Nell’intrico della propria psiche e della propria anima; del proprio corpo malato, ma efficiente per serbare sempre nuovi stupori e creazioni. Attualmente lo si può intuire come un lascito spirituale, influenzato da una coerente e critica laicità, di una donna che ha studiato ininterrottamente la religione. Riservata e modesta, la Gallini è sempre stata distante dalla scena mass mediale e dai giochi di potere accademici. L’inestricabile attività, immensa e composita, è una sostanziosa eredità intellettuale che dovremmo accuratamente studiare per comprendere fino in fondo la Nostra e far sì che non venga mai dimenticata.

Ernesto de Martino, nessun irrazionalismo nell’abbraccio con la morte

Rivoluzioni culturali. Due importanti novità nella attuale riedizione di «Morte e pianto rituale», che torna da Einaudi: Marcello Massenzio nega l’appartenenza del saggio a una trilogia meridionalista; e riconduce l’«Atlante figurato» al modello «Mnemosyne» di Aby Warburg

di Fabio Dei, da Alias del 4 aprile 2021

Al culmine di una stagione che aveva fatto conoscere Ernesto de Martino per le sue «spedizioni etnografiche» in Lucania e in Puglia e per il suo pervicace impegno nel dibattito sulla questione meridionale, l’uscita nel 1958 di Morte e pianto rituale Dal lamento funebre antico al pianto di Maria (ora riedito da Einaudi, PBE, a cura di Marcello Massenzio, pp. LXXVIII-374, € 29,00) si prestò a venire letto soprattutto come uno studio sulla tradizione popolare del lamento funebre nel Mezzogiorno d’Italia. E così lo si sarebbe considerato per decenni, con ciò sottovalutando sia l’ampia ricerca storico-religiosa e comparativa sia l’originale impianto teorico-filosofico che lo sostengono. Leitfaden für natürliches Bodybuilding-Training, Ernährung und Nahrungsergänzung androxine incerun herren sets homewear kurzarm v-ausschnitt t-shirt hosen patchwork workout bodybuilding männer anzug sommer casual pyjamas sets – zeit kaufen. A breve distanza di tempo sarebbero apparse anche le altre due monografie legate a quelle ricerche, Sud e magia (1959) e La terra del rimorso (1961), tanto che venne naturale ai commentatori di allora leggere quei volumi come una compatta «trilogia».

Quando Morte e pianto rituale vinse il premio Viareggio per la saggistica, un commento ne descrisse l’autore come «il professore bizzarro che parla con i morti». Non poteva darsi definizione più infelice. L’allusione a una vena irrazionalista fraintende completamente il senso del libro, che è invece una riflessione di amplissimo respiro sulle strategie con cui la cultura umana lotta per dare continuità alla vita, per allontanarsi dalle tombe e trascendere nel valore l’abisso esistenziale spalancato dalla prospettiva della fine: dunque per tenersi lontana dall’abbraccio della morte.

Lucania, terra del pianto
Oggi ci è più chiaro quanto de Martino faticasse a far comprendere il senso più profondo del proprio lavoro, il lavoro di un vigoroso umanesimo storicista che esplora i confini della ragione umana, spingendosi verso quelle soglie in cui essa minaccia di perdersi, e – insieme al senso del sé – smarrisce il senso del mondo.
Lo scopo di questa esplorazione era riconoscere gli strumenti sociali e culturali che fanno da argine al caos, al dissolvimento dell’ordine del mondo e insieme della «presenza», vale a dire dell’autonomia esistenziale e della capacità di azione «storica» dell’individuo. Ma il suo saggiare gli spazi liminali, il suo esplorare gli inferi si prestava a venire scambiato per fascinazione irrazionalista, e così venne interpretato anche dai principali indirizzi della cultura italiana del tempo.

I crociani gli rimproveravano il rischio di storicizzare le categorie, ovvero di relativizzare quell’unità del soggetto che è invece la base universale e necessaria su cui ogni storia possibile si articola; i marxisti apprezzavano l’impegno meridionalista di de Martino, ma guardavano con un certo sospetto l’eccessiva attenzione alla dimensione magica e arcaica del mondo contadino.

Certo, Morte e pianto rituale era anche un’etnografia della cultura subalterna del Mezzogiorno. L’ampio capitolo sul lamento funebre lucano gioca un ruolo cruciale nel libro, e certamente la documentazione etnografica delle forme del lutto fra i contadini lucani e pugliesi, soprattutto del pianto ritualizzato delle prefiche, era stato il punto di partenza del percorso di de Martino.

Oltre il verbo
La sua frequentazione dell’etnografia gli consentiva di rendersi conto di aspetti delle pratiche luttuose che non sarebbero potuti emergere dalla sola documentazione storico-religiosa, sia scritta che iconografica: ad esempio il tipo di partecipazione emotiva, le stereotipie dei movimenti del corpo e delle modulazioni vocali delle lamentatrici, e al tempo stesso la loro capacità di adattare i moduli tradizionali alle situazioni specifiche, individualizzandoli e riportandone al loro interno la storicità.

Erano questi i materiali dai quali de Martino traeva la parte più ricca e innovativa della sua analisi, e che gli permisero di comprendere come la logica della ritualità funebre poggi su un meccanismo mimetico: le pratiche rituali imitano la caduta nella disperazione e nel furore più totali, fingono di seguire il defunto e di non poterlo «lasciar andare». E tuttavia questa caduta o discesa agli inferi è controllata: la mediazione dei dispositivi mitico-rituali consente di tornare in superficie, di riguadagnare l’ordine della vita collettiva e la razionalità dell’agire cosciente.

Restituendo alla storia i soggetti che ne sono colpiti e minacciati, questo dispositivo di destorificazione dell’evento luttuoso viene al tempo stesso proiettato da de Martino sui documenti folklorici dell’area mediterranea e quindi su quelli riguardanti le civiltà antiche e classiche. Ne emerge – ed è il corpo principale dell’opera – uno scenario culturale di grande ampiezza, fecondato teoricamente dall’intuizione esistenzialista della crisi e del riscatto della presenza minacciata dal vuoto della morte.

Infine, il libro approda all’incontro di questo scenario con la visione cristiana del tempo e della morte – esemplificata dalle parole di Agostino di fronte alla perdita della madre, parole dominate dalla convinzione che solo di una morte apparente si tratta e le lacrime vanno dunque trattenute. La prospettiva cristiana (la «nuova epoca» della morte rispetto a quella «antica») avrebbe alla fin fine vinto, ma al prezzo di riassorbire nelle proprie immagini e nei propri riti le tecniche pagane di controllo e reintegrazione del patimento – come nella figura «di compromesso» della Mater dolorosa, una figura fortemente sincretica.

Originariamente uscito da Einaudi, Morte e pianto rituale torna alla casa madre – dopo decenni di permanenza presso Bollati Boringhieri – in una nuova edizione curata da Marcello Massenzio, la cui ampia e densa introduzione propone almeno due importanti elementi di novità. Il primo è l’accento posto sull’apparato iconografico che accompagna il libro, sotto il titolo di «Atlante figurato del pianto».

De Martino accosta comparativamente immagini tratte dal folklore mediterraneo, dalle culture antiche e da quelle cristiane in quelle che non sono soltanto mere illustrazioni, ma materiali in cui emerge una descrizione e una comprensione dei riti, nella loro materialità corporea e gestuale, che sfuggirebbe alla pura verbalizzazione. Anche sulla scorta di suggestioni che gli provengono da Riccardo Di Donato, Georges Didi-Huberman e Carlo Ginzburg, Marcello Massenzio discute l’influenza del modello Mnemosyne di Aby Warburg sull’Atlante di de Martino. Quanto al secondo elemento della rottura interpretativa proposta da Massenzio, esso risiede appunto nel negare che Morte e pianto rituale sia il primo capitolo di una trilogia meridionalista. Se così lo si interpretò era grazie al contesto di quella stagione culturale, che di de Martino amava valorizzare il ruolo politico, da ricercatore di inchiesta e di denuncia, accostandolo magari a Carlo Levi o a Rocco Scotellaro, senza tuttavia comprendere il nucleo più profondo e unificante del suo pensiero, né il nesso inestricabile che egli aveva costruito fra la dimensione etnografica, quella storico-religiosa e quella filosofica.

Il mondo del possibile
Ritrovare i fili di questo intreccio, troppo spesso separati nella realtà parcellizzata e settoriale della ricerca contemporanea, è forse uno degli scopi che meglio può motivare oggi la rilettura di queste pagine. Insieme al fatto che, come tutti i grandi classici, Morte e pianto racconta qualcosa che ci riguarda nella sua intramontabile attualità: non tanto l’abisso della morte o la dissoluzione della presenza in sé, quanto la lotta infaticabile che la cultura conduce contro di esse per permetterci di rinnovare la nostra appartenenza a un mondo possibile.

https://ilmanifesto.it/ernesto-de-martino-nessun-irrazionalismo-nellabbraccio-con-la-morte/

Morte e pianto rituale

Ernesto De Martino Morte e pianto rituale

Dal lamento funebre antico al pianto di Maria

Copertina del libro Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino

La riedizione del capolavoro demartiniano consente di riscoprire in tutta la sua complessità, al di là dell’interpretazione convenzionale che enfatizzava la portata della componente meridionalista, un impianto teorico eccezionale, frutto del concorso di molteplici saperi. 2021

Piccola Biblioteca Einaudi Ns pp. LXXVIII – 374 € 29,00 ISBN 9788806247331 A cura di Marcello Massenzio

Il libro

In questo libro Ernesto De Martino risale alle radici dell’esigenza umana di rifiutare la morte nella sua scandalosa gratuità e, di riflesso, procurare al defunto una «seconda morte» culturalmente definita, mediante il ricorso a determinate pratiche rituali. Tra queste, l’istituto del lamento funebre, rivolto ai vivi non meno che ai defunti, poiché la piena del dolore rischia di compromettere l’integrità della presenza dei sopravvissuti. Qui sta la funzione piú profonda del pianto rituale, che non cancella la crisi del cordoglio ma l’accoglie in sé, trasformandola in disciplina culturale capace di mantenere il pathos al riparo dall’irruzione della follia. In ciò risiede la sua umanissima sapienza, il cui valore trascende i limiti storici di diffusione del fenomeno, e al quale s’abbandona persino la Madonna al cospetto della morte del Figlio, nonostante l’accesa polemica cristiana contro il costume pagano. Dall’analisi del fenomeno, ridotto allo stadio di «relitto folklorico», scaturisce il bisogno di estendere l’analisi alle antiche civiltà agrarie del Mediterraneo, al cui interno l’istituto del lamento funebre visse la stagione del suo massimo splendore, fino al progressivo declino, causato dallo scontro con il cristianesimo trionfante. De Martino si interroga infine sul problema della risoluzione laica della crisi del cordoglio, e l’Atlante figurato del pianto riflette mediante un sapiente uso delle immagini l’affascinante itinerario dell’Autore, che sollecita un confronto con l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg.

Apocalisse Tempo Cultura

Centro sull’Umanesimo Contemporaneo

in occasione della nuova edizione di E. De Martino, La fine del mondo, Einaudi 2019

Apocalisse Tempo Cultura
Discussione su De Martino

introduzione
Michele Ciliberto

relazioni
Carlo A. Bonadies
Antonio Fanelli
Vincenzo Ferrone

interverrà il curatore
Marcello Massenzio

31 gennaio 2020
15:30

PALAZZO STROZZI
ISTITUTO NAZIONALE DI STUDI SUL RINASCIMENTO
FIRENZE
Sala Conferenze III piano

De Martino, riti simbolici per controllare l’apocalisse

Fabio Dei

da Alias del 29/09/2019 (per gentile concessione di autore e editore)

Antropologia culturale. Una nuova selezione ragionata degli scritti confluiti in «La fine del mondo», che analizza le strategie rituali con cui le culture tradizionali tengono a bada la «crisi della presenza»: da Einaudi

La magia, il pianto rituale, il tarantismo nel Mezzogiorno d’Italia avevano fornito a Ernesto De Martino gli argomenti attraverso i quali aveva acquisito una consistente notorietà, quando al momento della sua prematura scomparsa, nel 1965, stava scrivendo il libro che sarebbe stato titolato La fine del mondo. Dopo le ricerche sul campo degli anni Cinquanta, l’antropologo napoletano era tornato a concepire un’opera di vasto impianto comparativo e filosofico (come il suo precedente Mondo magico), il cui tema investiva le diverse rappresentazioni culturali dell’apocalisse – dalla crisi dell’universo addomesticato al crollo del Cosmo ordinato a favore di un Caos irrelato.
Erano almeno tre gli aspetti di questa «crisi radicale» del mondo, che interessavano De Martino. In primo luogo la sua declinazione psichiatrica, vale a dire il modo in cui il crollo del mondo (assieme e parallelamente al crollo del Sé) si manifesta nei vissuti psicopatologici, come quelli della schizofrenia. Inoltre, la presenza del tema dell’apocalisse nei riti e nei simboli religiosi delle antiche civiltà e delle culture etnologiche e popolari, dove la dissoluzione dell’ordine viene evocata nel contesto di una dinamica che ne contempla il superamento e la reintegrazione. Dunque, la crisi viene configurata solo per essere risolta all’interno dello stesso impianto rituale.

Una lunga storia editoriale
Nella successione sistematica di una spaventosa discesa agli inferi, poi del ritorno in superficie, che riapre la presenza a un mondo ordinato e domestico, De Martino coglie la chiave della «efficacia simbolica» delle strategie con cui le culture tradizionali proteggono o «guariscono» i loro membri dalla «crisi della presenza», vale a dire dal rischio radicale del non esserci. E per finire, il tema dell’apocalisse è ricercato da De Martino nelle diverse declinazioni della cultura contemporanea, per esempio i grandi movimenti ideologici, come quelli anticoloniali, marxisti e religiosi, nei quali il mutamento storico si configura come il collasso di un vecchio mondo cui segue la nascita di uno radicalmente nuovo. Ma anche le rappresentazioni della letteratura e dell’arte contemporanea vengono contemplate, e le inquietudini dell’immaginario di massa, ad esempio le fantasie di quello che si chiamava allora l’«olocausto nucleare», in grado di concepire, per la prima volta nella storia, la distruzione del mondo e dell’umanità nella sua interezza.
La storia editoriale del libro è lunga. Al momento della morte, De Martino aveva pubblicato sul tema solo alcuni brevi saggi, e raccolto una gran quantità di appunti e stesure preliminari, ancora molto frammentarie. Un gruppo di suoi colleghi e allievi, guidati dallo storico delle religioni Angelo Brelich, propose alla Einaudi di curarne la pubblicazione, ma il lavoro si rivelò molto difficile, tanto che il gruppo dei curatori si sciolse e il libro finì per essere pubblicato più di dieci anni dopo, nel 1977, con l’editing della sola Clara Gallini.
Edizione affascinante ma complicata: Gallini scelse di pubblicare integralmente le cartelle di lavoro dell’autore, inclusive di schede e appunti di lettura, e di varie stesure alternative degli stessi passi, consententendoci così di entrare nel laboratorio dell’antropologo; ma, al tempo stesso, produceva un libro di dimensioni eccessive e privo di una chiara struttura saggistica e argomentativa. Da usare come repertorio di suggestioni, certo, ma arduo per un pubblico non specialistico o per l’uso universitario. Poi, qualche anno fa, due studiosi francesi, Giordana Charuty e Daniel Fabre, insieme all’italiano Marcello Massenzio, lavorando a una traduzione francese del libro, pensarono di proporre una diversa selezione ragionata dei materiali. Tornati all’archivio di De Martino, ripristinarono innanzi tutto l’indice originario dell’autore, riorganizzando poi attorno ad esso i testi, tagliando doppioni e ridondanze, e corredando il tutto di apparati e commenti molto utili a ricostruire l’interna coerenza del testo e i suoi legami con il complesso del pensiero demartiniano.
Il libro uscì in Francia nel 2016, a quasi quarant’anni dalla sua prima apparizione, ed è appunto in questa edizione che Einaudi propone oggi in italiano La fine del mondo Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio, pp. 612, e 34,00). Per i lettori che non conoscevano ancora quest’opera, è l’occasione per affrontarla in una forma decisamente più leggibile e chiara della precedente; per gli altri – come nota lo stesso Massenzio nella sua introduzione – la novità sta nella emergenza, ora più compatta, dei principali nuclei teorici del pensiero di De Martino, che erano andati inevitabilmente un po’ dispersi, nella prima edizione, in mezzo al grande mare delle molte schede di lettura. In secondo luogo, grazie anche agli apparati critici, è possibile storicizzare meglio il testo, e comprenderne così il rilievo rispetto ai grandi indirizzi della cultura europea del tempo.
Clara Gallini lo aveva interpretato, un po’ riduttivamente nel 1977, da un lato come inspiegabile «ritorno a Croce», dall’altro come un riandare ai temi dell’ontologia esistenzialista, in contrapposizione allo storicismo marxista dominante in quegli anni. Oggi emerge invece con maggior chiarezza l’originale e profonda sintesi teorica tentata da De Martino – che non tradiva affatto lo storicismo ma gli conferiva semmai maggior spessore innestandovi il tema della soggettivazione. Infine, ma questo è un parere soggettivo, questa edizione lascia venire a galla meglio la figura di un De Martino etnografo della società e della cultura contemporanea. In tutte le sue opere precedenti, aveva messo a fuoco la crisi della presenza e il suo riscatto o reintegrazione per mezzo della cultura, riferendosi alla letteratura etnologica sui «primitivi», poi al folklore magico-religioso delle «plebi rustiche del Mezzogiorno», in ogni caso concentrandosi su società arcaiche o premoderne. riscatto esistenziale e comunitario che è per lui la vera costante della condizione umana.

La dinamica del riscatto
Fine del mondo, invece, gli interessa soprattutto riferire il dispositivo crisi-reintegrazione alla «modernità», a una cultura secolarizzata in cui riti e simboli abbandonano il lessico e l’immaginario tradizionale, senza tuttavia cessare di esistere e di funzionare. Sta qui la intramontabile attualità del libro – il suo rapporto, cioè, con una realtà globale sempre più pervasa dalla percezione della «crisi» e dal terrore di prospettive apocalittiche (economiche, ecologiche, demografiche, politiche), insieme alla sua capacità di indurre domande fondamentali: in che modo le culture odierne configurano simbolicamente il rischio di un crollo del nostro mondo e della nostra presenza? Lontano da ogni nostalgia della tradizione, De Martino ci invita piuttosto a scrutare fino in fondo le complessità del mondo contemporaneo, facendo emergere anche in esso quella dinamica del riscatto esistenziale e comunitario che è per lui la vera costante della condizione umana. Condividi:

https://ilmanifesto.it/de-martino-riti-simbolici-per-controllare-lapocalisse/

Ernesto De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali

Copertina del libro La fine del mondo di Ernesto De Martino

Nuova edizione

***

L’edizione definitiva della summa del vario e articolato pensiero di De Martino sulla filosofia della storia, sulle espressioni culturali della vita religiosa, sul ruolo e la funzione delle discipline psichiatriche ed etno-antropologiche.

Cultura, potere, genere

11 giugno, ore 17,00

Sala conferenze Fondazione Basso

Matteo Aria, Michele Prospero, Mariuccia Salvati, Aldo Tortorella

discutono del volume

CULTURA, POTERE, GENERE

La ricerca antropologica di Carla Pasquinelli

Coordina Alberto Olivetti

pasquinelli

http://www.fondazionebasso.it/2015/11-vi-2019-17h00-presentazione-volume-cultura-potere-genere-la-ricerca-antropologica-di-carla-pasquinelli/

L’etnologo e il popolo di questo mondo

Presentazione del libro

L’etnologo e il popolo di questo mondo
di Riccardo Ciavolella (CNRS – Institut interdisciplinaire d’Anthropologie du Contemporain IIAC)

Presiede
Marcello Massenzio (Associazione Internazionale E. De Martino)

Introduce i lavori
Fabrice Jesné (Direttore degli studi per le Epoche moderna e contemporanea all’Ecole française de Rome)

Intervengono
Giuseppe Vacca (Fondazione-Istituto Gramsci)
Marie Bossaert (École française de Rome)
Fabio Dei (Università di Pisa)
Gino Satta (Università di Bari)
Antonio Fanelli (Università di Firenze)

Il terzo numero di nostos

Il terzo numero di nostos. Laboratorio di ricerca storica e antropologica è da oggi online. Il numero monografico è dedicato agli interventi al convegno Clara Gallini: il metodo e i campi di ricerca che si è tenuto presso il Dipartimento CORIS dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, a un anno di distanza dalla scomparsa di Clara, nel gennaio 2018.

Di seguito l’indice del numero:

nostos n° 3 – dicembre 2018

Nota redazionale

laboratorio

Adelina Talamonti, Clara Gallini: un’intellettuale resistente
Pietro Clemente, L’antropologa variopinta. Storie, luoghi, pensieri
Fabio Dei, Naturalismo e storicismo nella demologia. Clara Gallini e il paradigma magico
Francesco Faeta, L’antropologia visuale e l’etnografia visiva. Ripensando Clara Gallini (ed Ernesto de Martino)
Giordana Charuty, Penser ensemble, de près et de loin
Pietro Angelini, Il breve e lungo rapporto con de Martino
Annamaria Rivera, Clara Gallini, antropologa anche di se stessa
Vincenzo Padiglione, Clara Gallini. Un’etnologa del contemporaneo

riletture

Clara Gallini, Un filone specifico di studi nell’antropologia culturale italiana

ricerche

Andreas Iacarella, Lo psichiatra e il metallizzatore: genio e follia nel secolo delle meraviglie

à propos

Dorothy Zinn, Commento a G. Pizza, “Ernesto de Martino fuori di sé”
Marcello Massenzio – Gino Satta, Una nota su “L’etnologo e il popolo di questo mondo”



l’accesso è libero: si può leggere o scaricare dal sito della rivista

http://rivista.ernestodemartino.it